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Erodoto

Adrasto il Frigio: il più grande iettatore di tutta la storia

La tragedia di un uomo così sfortunato da uccidere senza volerlo perfino le persone più care · Antica Grecia · ~550 a.C.

21 Mag 2026 · 16 min
Adrasto il Frigio, vestito di nero e con la sua sacca di juta, cammina solo mentre i cacciatori lidi lo guardano con sospetto nel mercato di Sardi

State attenti cari lettori perché, oggi, vi presento un tizio che, al suo confronto, voi siete le persone più fortunate del pianeta; anche se oggi vi è toccato alzarvi all'alba per andare a un lavoro che non vi piace, vi si è bucata una gomma dell'auto, vostro cugino Beppe è stato arrestato per una storia di droga e quella vecchia arpia di vostra suocera vi rende la vita impossibile un giorno sì e l'altro pure... Oggi parliamo di Adrasto il Frigio, figlio del re Mida (sì, lo stesso Mida che trasformava in oro tutto ciò che toccava, proprio quello) e nipote del mitologico re Gordio (sì, quello del famoso nodo gordiano impossibile da sciogliere, che Alessandro Magno tagliò con un solo colpo di spada qualche secolo dopo). Insomma, un ragazzo ricco, un personaggio di sangue reale, di famiglia molto agiata e di altissimo lignaggio… eppure, anche l'essere umano più triste, oscuro, pessimista, iellato e disgraziato che abbia mai calcato la faccia della terra.

La sua storia ce la racconta il buon Erodoto nel primo libro delle sue Storie, proprio nel bel mezzo del racconto sul potente re Creso di Lidia, l'uomo più ricco del mondo antico. E vi avverto che è una di quelle storie che cominciano facendoti ridere e finiscono per metterti un nodo alla gola. Perché la vita, amici miei, è esattamente questo, una tragicommedia. Andiamo al sodo.

Un ospite con un curriculum da incubo

La faccenda comincia un bel giorno, intorno al 550 avanti Cristo, quando si presenta al palazzo reale di Sardi, capitale della Lidia, un giovane straniero che chiede asilo e la sacra protezione del re Creso. Il giovane in questione si chiama Adrasto, e si porta dietro una storia che già ti avverte da che parte tira il vento.

Risulta che pochi giorni prima, senza volerlo e per puro caso, il ragazzo aveva ucciso il proprio fratello, l'erede al trono di Frigia. Un omicidio del tutto involontario e una disgrazia, una di quelle cose orribili che a volte capitano nella vita di chiunque. Eppure, come conseguenza ultima di quella morte, suo padre lo aveva esiliato e cacciato di casa a pedate, lasciandolo senza un soldo, senza famiglia, senza eredità e senza patria, condannato a vagare per il mondo come un'anima in pena. Chiunque di noi penserebbe che la reazione del re Mida fu spropositata, perché, che cavolo, una tragedia involontaria che senza volerlo fa del male a una persona cara può capitare a tutti, no? E invece no, cari amici miei, no… Per i motivi che vedremo più avanti, la pazienza del vecchio re aveva ormai raggiunto il limite più estremo della sopportazione e voleva a tutti i costi che suo figlio si allontanasse di qualche milione di chilometri dal suo regno… e, possibilmente, che sparisse per sempre.

Creso, che era un uomo generoso e che per giunta conosceva e apprezzava la famiglia reale di Frigia, lo accoglie a braccia aperte come un figlio e gli dice, più o meno, questo: «Tranquillo, ragazzo, io non so esattamente i motivi per cui tuo padre è stato così duro con te, né voglio saperli, ma qui a casa mia non ti mancherà nulla. Ti purifico e ti assolvo del tuo crimine involontario secondo gli antichi riti sacri, ti perdono la colpa e tu resti qui a palazzo come ospite d'onore.» E così Adrasto si stabilisce a Sardi come ospite speciale del re, alloggiato nell'ala degli ospiti illustri, mangiando caldo tutti i giorni e vivendo come un signore.

Fin qui sembra una bella storia di redenzione, vero? Il disgraziato che la vita ha punito duramente trova una seconda occasione. E invece no, amici, perché questo Adrasto non era un disgraziato qualunque, Adrasto era un iettatore, ma non uno normale, bensì L'IETTATORE SUPREMO del V secolo avanti Cristo, una calamita assoluta per attirarsi intorno ogni sorta di disgrazia. E gli iettatori veri, quelli di categoria olimpica come questo, non hanno redenzione possibile.

Come si guadagnò a Sardi la meritata fama di menagramo: l'incredibile aneddoto del cavallo arabo

Perché capiate fino a che punto quest'uomo attirava la sfortuna, vi dico solo che, se Adrasto passava davanti alla ruota di un mulino, dopo pochi minuti questa si inceppava senza possibilità di riparazione, se attraversava un ponte di pietra appena costruito, di lì a poco il ponte crollava, e se era di legno, beh, più o meno lo stesso, prendeva fuoco. Se un giorno lo incrociavi per strada e ti diceva «cazzo, oggi hai proprio una bella cera», potevi star certo che quella stessa notte ti veniva un'infezione grave da paura, accompagnata da una febbre da cavallo… Se entrava nel tuo negozio e commentava che eri un «uomo fortunato» con «tanta clientela», beh, da quel giorno la tua attività era già condannata e andava a rotoli, e tu finivi in bancarotta… Per non parlare di quel giorno (soleggiato) in cui, essendo lui presente a un matrimonio, un fulmine venuto da chissà dove colpì il tavolo principale uccidendo solo gli sposi… E così marito e moglie appena sposati rimasero lì seduti, con il calice del brindisi in mano, abbrustoliti come polli arrosto.

Lasciate che vi racconti l'aneddoto più succoso che circolava per tutta Sardi e che un personaggio di nome Aristide l'ateniese, figlio di ricchi mercanti greci d'olio d'oliva, raccontava a chiunque volesse ascoltarlo. È oro puro.

Risulta che un venerdì qualunque, all'asta settimanale di cavalli che si teneva nella piazza principale di Sardi, Aristide l'ateniese aveva messo gli occhi su uno stallone nero di pura razza araba: un animale enorme e mai visto prima, magnifico, dal pelo lucente, venduto da certi mercanti fenici. Aristide non era l'unico interessato, ovvio. La puntata salì come la schiuma a colpi di portafoglio tra i molti presenti finché, in dirittura d'arrivo, rimasero solo lui e un commerciante libanese di Sidone, un certo Belshazzar l'Oscuro, che commerciava in legname di cedro e che in realtà era libanese solo d'adozione, perché originario di Babilonia.

Dopo una guerra di offerte accanita, Aristide si aggiudicò il cavallo per la bellezza di duecento lucenti monete d'oro. Una vera fortuna per quell'epoca. L'ateniese era al settimo cielo, gonfio d'orgoglio, e passeggiava col suo nuovo e carissimo destriero per la piazza centrale come un pavone.

E poi comparve Adrasto…

L'iettatore, con la sua faccia triste di sempre, si avvicinò al magnifico animale e, pieno d'invidia, disse ad Aristide più o meno così: «Quanta invidia mi fai, amico! Magari ce l'avessi io un cavallo così… ma io non sono ricco come te…», e diede qualche carezza al muso del cavallo. Carezze innocenti, sì, ma mortali.

Vi lascio che sia lo stesso Aristide a raccontarvi cosa successe dopo, proprio come lo narrava lui, ancora ribollente di rabbia, davanti al giovane principe Ati e a un gruppo di amici cacciatori:

«Credetemi ragazzi, quando il maledetto iettatore se ne andò per la sua strada, io montai sul mio nuovo cavallo e mi avviai verso casa. Ebbene vi giuro che non avevo fatto neanche venti metri quando il cavallo inciampò in qualcosa, un oggetto del tutto invisibile all'occhio umano, e finì dritto in un fossato profondo seminascosto da rami e foglie cadute, rompendosi la zampa anteriore destra. CRAC! La zampa rotta di netto, e un cavallo da corsa che era costato la bellezza di 200 monete d'oro, pronto per essere abbattuto neanche dieci minuti dopo averlo comprato... Se rivedo quella malombra di Adrasto, vi giuro che lo ammazzo con le mie mani. Quell'uomo non può e non deve vivere qui un minuto di più, o un giorno, come minimo, andrà a fuoco la città o scoppia un'epidemia di peste che ci ammazza tutti…»

Il magnifico stallone nero arabo morto a terra nel mercato di Sardi mentre Aristide l'ateniese piange sconsolato accanto a lui
Il cavallo arabo stramazzato e un Aristide devastato — i mercanti fenici che contano il loro oro sullo sfondo

Immaginatevi la scena. Un animale da duecento monete d'oro, comprato letteralmente dieci minuti prima, stramazzato a terra tra nitriti di dolore. Aristide sconsolato al suo fianco, senza altra scelta che abbatterlo conficcandogli un palo nel cervello per porre fine alle sue sofferenze. Risultato: un cavallo magnifico morto, duecento monete d'oro buttate nella spazzatura, i fenici che gli contavano i soldini in faccia mentre si sbellicavano dalle risate e, come se non bastasse, quando arrivò a casa, suo padre per poco non lo accoltellò, minacciando di cacciarlo e diseredarlo nello scoprire la grande fortuna persa. Se non fosse stato per la madre e le sorelle che si interposero, Aristide l'ateniese non sarebbe qui a raccontarla.

E la conclusione che ne trasse il buon Aristide fu tanto categorica quanto logica: meno di dieci minuti dopo che quel figlio di buona donna di Adrasto ebbe accarezzato il cavallo, l'animale era morto. Mi fermo qui. Traete voi le conclusioni.

Questa era la reputazione del personaggio. A Sardi tutti lo evitavano come la peste. Quando lo vedevano arrivare per strada con la sua faccia lunga, i suoi abiti neri e la sua sacchetta di juta (anch'essa nera), la gente cambiava marciapiede, faceva le corna con le dita, toccava ferro, si buttava il sale dietro le spalle, si toccava le palle o sputava per terra per scongiurare la malasorte. Adrasto era, senza alcun dubbio possibile, lo iettatore ufficiale Nr. 1 del regno di Lidia.

Il sogno profetico del Re Creso: una punta di ferro

Ed è qui che la commedia comincia a virare verso la tragedia. Perché risulta che il re Creso aveva un figlio che adorava: il giovane principe Ati, l'erede al trono, bello, forte, coraggioso, molto amato dal popolo e con tutta una vita davanti. (Creso aveva un altro figlio, ma quello era sordomuto e con una disabilità intellettiva, sicché, per quanto riguardava la successione, era come se non ce l'avesse.)

Ebbene, una notte Creso fece un sogno spaventoso, di quelli che ti lasciano il cuore in gola: sognò che il suo amato Ati moriva trafitto da una punta di ferro. Una visione tanto vivida e tanto terrificante che il re la prese completamente sul serio. A quell'epoca, sogni, visioni e incubi venivano tenuti in gran conto, proprio come abbiamo visto nel precedente articolo del Blog sul grande re Ciro II di Persia.

Mosso dal panico di perdere il suo erede, Creso entrò in modalità padre iperprotettivo livello dio. Per prima cosa accelerò le nozze del ragazzo con la giovane più bella di tutta la Lidia, e lo fece per tenerlo bene impegnato con quella magnifica femmina e, già che c'era, per assicurare la discendenza dinastica per ogni evenienza. Dopodiché gli proibì tassativamente di andare in guerra, di andare a caccia o di partecipare a qualsiasi sport o attività in cui ci fossero di mezzo oggetti metallici appuntiti. Insomma, lo mise in una bolla di sicurezza come se il ragazzo fosse di vetro.

Il diabolico cinghiale venuto dall'inferno

E poiché la vita, molto spesso, è una stronza con un senso dell'umorismo assai contorto, proprio in quei giorni saltò fuori un bel problema che richiedeva precisamente ciò che Creso voleva evitare a tutti i costi: una grande caccia.

Nella regione lidia di Misia, a circa 350 chilometri a nord di Sardi, era comparso un cinghiale mostruoso. E non era un cinghiale normale, era una bestia enorme, un demonio peloso che sembrava uscito dritto dalle porte dell'inferno. Un mostro che devastava i campi e distruggeva i raccolti e —cosa più grave— il demonio porcino aveva già ucciso diversi contadini, compresi alcuni bambini. I misi, disperati, mandarono messaggeri al loro re Creso supplicandolo di mandare il principe Ati (noto per essere un eccellente cacciatore), insieme ai migliori esperti dell'arte venatoria e a molti cani per far fuori la fiera.

Creso, logicamente, disse che manco morto avrebbe mandato suo figlio. Offrì loro tutti i suoi migliori cacciatori, i suoi migliori cani, cavalli, armi e tutto ciò che i misi volessero… ma Ati, NO. Il principe restava a casa, ben custodito.

Ma Ati, che era giovane, coraggioso e orgoglioso, venne a sapere del veto e si piantò davanti al padre. E gli sciorinò un ragionamento più che logico: «Padre, in questi ultimi mesi mi hai proibito ogni sorta di attività che sono le più tipiche di un uomo, eppure non mi risulta che tu abbia mai scoperto in me alcuna vigliaccheria, paura del nemico o effeminatezza. Se ora mi proibisci di partecipare a questa caccia, con che faccia potrò stasera guardare mia moglie? E non penserà lei di essere sposata con un mezzo uomo senza palle?»

Creso allora, volente o nolente, si vide costretto a raccontare al figlio principe i dettagli di quel sogno orribile che faceva da un po' di tempo… Ati ascoltò suo padre e gli rispose così: «Padre, mi pare che il tuo sogno parli chiaramente del fatto che io sarò trafitto da una PUNTA DI FERRO. E cosa ha di ferro un cinghiale? Le sue zanne? I suoi zoccoli? Andiamo a cacciare una bestia, non a combattere contro uomini armati! Non c'è nessuna punta di ferro da temere nella caccia di un animale.»

L'argomento, va riconosciuto, era impeccabile. Creso, pur avendo ancora l'anima stretta in un nodo e mille fantasmi neri che gli svolazzavano per la testa, non seppe cosa rispondere e finì per cedere. Gli diede il permesso di andare alla maledetta caccia. Ma, per ogni evenienza, prese una precauzione aggiuntiva… che si sarebbe rivelata, oh crudele ironia del destino, esattamente la peggiore decisione possibile.

«Proteggi mio figlio a costo della tua stessa vita»

E chi pensate che chiamò Creso per affidargli la sacra missione di proteggere il suo amatissimo e unico erede durante la pericolosa caccia? Esatto. Non sappiamo bene perché lo fece, ma chiamò Adrasto L'IETTATORE.

Sì, il re Creso, senza rendersi conto dell'enormità cosmica che stava per commettere, mandò a chiamare l'unico uomo al mondo che iettava i cavalli solo a guardarli, il menagramo più temuto di tutto il regno, e gli affidò la vita di suo figlio. Gli disse, commosso: «Adrasto, amico mio, mi devi il perdono del tuo crimine e l'ospitalità che ti ho offerto in casa mia. Ora ti chiedo per favore di custodire mio figlio Ati in questa caccia. Proteggilo a costo della tua stessa vita!»

E il povero Adrasto, che dentro era un brav'uomo nonostante la sua nera fama, scoppiò a piangere. Gli rispose, balbettando, che lui non avrebbe mai osato chiedere di partecipare a una spedizione con i giovani più nobili e fortunati della città, consapevole com'era della nube oscura che lo perseguitava. Ma che, dato tutto ciò che il re aveva fatto per lui, non poteva rifiutare. E giurò solennemente che avrebbe riportato Ati a casa sano e salvo.

E qui, amici miei, è quando uno vorrebbe entrare dentro le pagine del libro, afferrare Creso per il bavero e urlargli: «Ma sant'uomo, che cavolo stai facendo? Stai affidando la vita del tuo unico figlio ALL'IETTATORE SUPREMO DEL REGNO! Ma che ti passa per la testa?» Ma certo, il destino era già scritto. E contro il destino, non si può fare niente, niente di niente!

La caccia: quando il destino inciampa in qualcosa di invisibile

La caccia del cinghiale mostruoso di Misia tra l'erba alta, con i cacciatori che scagliano frecce e lance e un giavellotto che vola deviato per aria
La caccia fatale del cinghiale di Misia — tra l'erba alta, un giavellotto vola deviato dalla sua traiettoria

La spedizione partì da Sardi all'alba del giorno seguente: centoventi uomini, i migliori cani da caccia, una pattuglia della Guardia Reale e, naturalmente, il principe Ati al comando, affiancato dai suoi due migliori amici, Aristide l'ateniese (quello del cavallo) e Deioce il lidio. E in qualche angolo appartato in fondo alla carovana, con la sua faccia triste e la sua sacca nera, veniva lo iettatore Adrasto.

Dopo essere arrivati in Misia e aver localizzato la bestia, i cacciatori disposti in un ampio cerchio cominciarono a stringere l'accerchiamento tra la fitta vegetazione di erbe altissime che impedivano ai gruppi che avanzavano di vedersi tra loro. E volle il destino avverso — o più probabilmente il malvagio disegno di qualche dio — che Ati e Adrasto avanzassero verso il centro l'uno verso l'altro, in posizioni opposte e senza saperlo, separati solo da quelle maledette erbe traditrici.

All'improvviso, il cinghiale, vedendosi accerchiato, emise un terribile grugnito di terrore e balzò dal suo nascondiglio come un fulmine. Tutti i cacciatori, in piena tensione euforica, scaricarono in una volta una pioggia di frecce, lance, pietre e bastoni verso il centro del bersaglio e contro la fiera, (ci fu perfino uno che le tirò l'elmo e un sandalo, e un altro che le scagliò lo scudo.) E proprio nel bel mezzo di quella spaventosa confusione, col cielo solcato di proiettili, si compì l'infausta profezia.

Perché allo stesso modo in cui quel cavallo arabo era inciampato in qualcosa di invisibile, anche Adrasto, mentre correva in avanti nel momento esatto di scagliare il suo giavellotto contro il mega porco selvatico, inciampò in un oggetto del tutto invisibile agli occhi umani. Il dardo partì sparato, completamente deviato dalla sua traiettoria originale, descrisse un grande arco nell'aria e andò a conficcarsi dritto nel cuore del principe Ati. Morto sul colpo. Trafitto da una punta di ferro. Esattamente come profetizzato nel sogno di suo padre.

Anche il cinghiale dell'inferno morì quel giorno, crivellato di frecce. Ma si portò con sé negli inferi il giovane e amato principe erede. Cazzo, quanti giri fa questa maledetta vita, eh?

Il dolore di Creso e la fine dello iettatore

La notizia arrivò a Sardi al galoppo sfrenato tramite un messaggero, e lo fece molto prima che arrivassero i cacciatori. Quando gliela comunicarono, il re crollò: la colpa gli cadde addosso come un'incudine di ferro nel rendersi conto che l'assassino di suo figlio era stato proprio l'uomo il cui crimine egli aveva perdonato e purificato. Tentò di buttarsi da una finestra (lo fermarono le guardie), tentò di tagliarsi la gola con un pugnale (lo fermò sua sorella Arienide), e passò ore e ore a salire e scendere per il grande salone come un leone in gabbia, maledicendo e insultando Zeus in persona, che incolpava di tutta la sua disgrazia.

Il giorno dopo arrivarono i cacciatori col cadavere di Ati su un carro. E dietro, a capo chino e annientato, veniva anche Adrasto. Lo iettatore si inginocchiò davanti a Creso e lo supplicò di ucciderlo lì stesso, sopra il corpo del ragazzo e con la stessa lancia con cui senza volerlo lo aveva assassinato. Gridava, tra le lacrime, che un uomo tanto disgraziato come lui non meritava né doveva continuare a vivere un minuto di più. Tanto più dopo aver ucciso prima il proprio fratello e poi il figlio del suo benefattore (e, aggiungo io, decine di altri innocenti che Erodoto non ci racconta, ma che sono lì, cavallo nero incluso).

Ma Creso, pur distrutto dal dolore, ebbe pietà di lui ancora una volta. E gli disse parole di una commovente grandezza morale:

«Ho già, Adrasto amico mio, tutta la vendetta che potrei desiderare nel tuo evidente pentimento e nel fatto che ti offri di morire per mia mano. Ma, disgraziato Adrasto, voglio che tu sappia che la colpa non è tua, bensì del destino, e forse soprattutto di quella divinità chiamata Zeus che mi annunciò in sogno, molti mesi fa, ciò che sarebbe accaduto.»

Creso celebrò un funerale di Stato per suo figlio, con tutte le autorità della Lidia e i re vicini, compresi i genitori dello stesso Adrasto. E lo iettatore, ora minacciato di morte dagli amici di Ati (Aristide l'ateniese per primo), osservò tutta la cerimonia funebre nascosto dietro una lapide del cimitero, a prudente distanza. Ma quando calò la notte e il sepolcro di Ati rimase finalmente silenzioso e solitario, Adrasto, considerandosi l'uomo più iellato, più sfortunato e più disgraziato di tutta la terra, si tagliò la gola con le proprie mani sopra la lapide di Ati.

La morale dello iettatore

E cosa ci insegna la storia di Adrasto, al di là del sorriso che ci strappano il cavallo o il vaso di gerani che cade in testa a una nonna da un terzo piano? Beh, una delle grandi lezioni del pensiero greco antico: che per quanto un uomo si sforzi, per quante precauzioni prenda (Creso fece di TUTTO per proteggere suo figlio), il destino di un uomo, quando è scritto, si compie. E a volte si compie proprio ATTRAVERSO le misure che prendiamo per evitarlo. Creso volle proteggere Ati affidandolo ad Adrasto… e Adrasto lo uccise.

È la stessa idea che attraversa tutta la tragedia greca, da Edipo a Creso: la Hybris, il destino, l'impotenza e la nullità dell'uomo di fronte agli dèi. Solo che Erodoto, maestro del racconto, e questo umile autore italiano che ha scritto questo articolo, ce la avvolgono in una storia tanto umana, tanto piena di dettagli quotidiani —il cavallo all'asta, l'invidia, le carezze mortali, la sacchetta di juta nera— che ridi e ti commuovi quasi nello stesso paragrafo.

Io, nel modernizzarla per te e raccontartela col mio stile, non ho dovuto inventarmi nulla: lo iettatore, il cinghiale dell'inferno, la lancia deviata, il suicidio di Adrasto sulla tomba di Ati… tutto questo è nel libro originale di Erodoto. L'unica cosa che ci ho messo io di mio è un nuovo modo di raccontartelo, l'affetto con cui te lo racconto e qualche parolaccia ben piazzata. Ché per quello ci siamo, per ravvivare la Grande Storia Antica.

Se ti è piaciuta questa storia, nel mio libro «Il Libro della Musa Clio», primo volume della saga «Erodoto: Storie Reloaded 2.0», troverai questa storia e moltissime altre: il re Creso con la sua favolosa ricchezza, la saggezza del greco Solone, gli oracoli imbroglioni di Delfi, l'ascesa al potere del Gran Re Ciro II di Persia, la regina Tomiri che lo decapitò, il miracolo di Arione e il delfino… Un festival quasi infinito di storia antica raccontata come non te l'hanno mai raccontata a scuola, né alle medie, né all'università.


Fonti: Erodoto di Alicarnasso, Storie, Libro I, capitoli da 34 a 45 (racconto completo di Adrasto, il sogno di Creso, la caccia del cinghiale di Misia e la morte di Ati); Bartolomé Pou (XVIII sec.), traduzione canonica dal greco. Tutti i fatti narrati sono documentati da Erodoto. I nomi dei personaggi secondari (Aristide l'ateniese, Deioce, Belshazzar l'Oscuro) e il dialogo vivido provengono dalla ricreazione letteraria dell'autore ne «Il Libro della Musa Clio»; il nucleo è strettamente erodoteo. I commenti umoristici sono voce letteraria personale.

✠ David S. Matrecano

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✠ David S. Matrecano
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