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Erodoto

Arione e il delfino: la prima rockstar della storia e il suo miracoloso salvataggio in alto mare

Come il cantante più famoso del VI secolo a.C. sopravvisse a un complotto di marinai avidi e assassini grazie alla dolce melodia della sua ultima canzone

17 set 2026 · 10 min
Arione, citaredo greco del VI secolo a.C., in groppa a un delfino in un mare in tempesta al tramonto

Molto prima che esistessero i Beatles, i Rolling Stones, i Queen o Elton John, nell'antica Grecia visse un cantante talmente famoso ai suoi tempi, il VI secolo avanti Cristo, da riempire piazze intere e far impazzire le donne ovunque andasse. Quella rockstar della Grecia antica si chiamava Arione, e la sua incredibile storia — raccolta da Erodoto — include una tournée trionfale in Italia, una fortuna in oro, un complotto a bordo della nave ordito dal capitano e dai marinai per derubarlo e ucciderlo, un ultimo concerto prima di morire e il salvataggio più improbabile e meraviglioso di tutta la storia antica: quello di un delfino che lo tirò fuori dagli abissi marini e lo portò sano e salvo fino a riva. Salite a bordo, anzi, montate in groppa al delfino, che si salpa.

Amici e amiche del ventunesimo secolo, attenzione, perché oggi vi porto una storia che sembra uscita direttamente da un film Disney, ma è autentica e ha già più di 2.600 anni: quella del musicista greco Arione di Metimna e del delfino che gli salvò la vita. E ve la racconterò esattamente come me l'ha raccontata il maestro Erodoto in una delle nostre solite chiacchierate immaginarie. Una storia che lui a sua volta sentì raccontare dagli stessi corinzi e dagli abitanti dell'isola di Lesbo, che giuravano e spergiuravano che tutto quanto fosse realmente accaduto.

Ma prima di tutto, mettiamoci in contesto. Per capire chi fosse questo Arione, dovete immaginarvi una vera e propria rockstar. Una popstar internazionale. Il tizio era, secondo le cronache, uno dei citaredi (suonava la cetra, un'antenata dell'attuale chitarra) più famosi del suo tempo. Era giovane, alto, bello e molto ricco, e fu nientemeno che l'inventore del «ditirambo» (che, prima che me lo chiediate, non è affatto una parolaccia né un insulto: è un tipo di composizione poetica in versi che si cantava in onore di Dioniso, il dio del vino, della festa, delle orge e dei piaceri carnali in generale).

Per farvi capire il suo livello: quando Arione si esibiva in una città, la riempiva tutta di gente in delirio che scandiva il suo nome. Esattamente come succede oggi con i Rolling Stones, i Queen, i Depeche Mode, i Måneskin o Elton John. Stadi, arene, spiazzi e piazze pubbliche scoppiavano di gente, folle in delirio, ragazze che urlavano e piangevano, in fila per entrare. Una vera star. E, come ogni star, carico di soldi.

La tournée italiana e il problema di tornare a casa con il malloppo

Arione che si esibisce davanti a una folla in delirio in un anfiteatro della Magna Grecia
Arione all'apice della fama, durante la sua tournée nella Magna Grecia.

Arione viveva a Corinto, sotto la protezione del tiranno (cioè il re) della città, un certo Periandro, che era anche un suo grande amico personale. E un bel giorno, all'apice della sua fama, il nostro artista decise di fare una grande tournée di concerti all'estero: precisamente nel sud Italia, una zona che a quei tempi si chiamava Magna Grecia, e in particolare in Calabria, Puglia e Sicilia, dove la sua immensa popolarità tra le ragazze sfiorava il delirio assoluto. Perché si sa come si comportano le ragazze, specialmente le adolescenti, quando vanno a un concerto di un artista che amano...

La tournée fu, come prevedibile, un successone. Arione girò città dopo città per tutta l'estate e accumulò una fortuna smisurata in luccicanti monete d'oro: talmente tante che le portava con sé in una decina di sacchi di cuoio. Una montagna di soldi, insomma, anche per gli standard dell'epoca. Il tipo di ricchezza che ti cambia la vita per sempre.

Ed ecco che sorge il problema classico di chiunque viaggi con tanti soldi: come tornare a casa sano e salvo con un tesoro simile addosso? Come evitare di essere derubato e fatto a pezzi da uno dei tanti malviventi siciliani o calabresi che infestavano le strade e i mari dell'epoca? E come se non bastasse, settembre era già alle porte, con le prime terribili tempeste d'autunno, così Arione decise di imbarcarsi verso casa dalla città italiana di Taranto, nell'attuale Puglia, per tornare a Corinto. E su quale nave? Bè, ironia della sorte, su una nave con equipaggio della sua stessa città, corinzi, conoscenti di una vita e presunti amici.

Perché Arione, uomo prudente, non si fidava affatto dei fenici (perché quegli antenati di palestinesi e libanesi erano i migliori marinai del Mediterraneo, sì, ma avevano anche fama di pirati, traditori, ladri e assassini, e nessuno con un minimo di sale in zucca affidava loro oro o merce di valore senza una solida scorta militare, che lui non aveva). Così Arione preferì i suoi connazionali. Errore madornale, come vedremo. Perché quegli «amici» lo osservavano da mesi accumulare oro a palate... e l'avidità, amici miei, è un serpente altamente velenoso che morde e semina disastri tra padri, fratelli e amici di una vita. Tanto più se quel denaro era una cifra di quelle che oggi chiameremmo "life-changing", cioè capace di cambiarti la vita.

L'ultimatum: «o ti butti in mare, o ti ci buttiamo noi»

Dopo alcuni giorni, con la nave in alto mare, lontano da ogni costa, i marinai decisero che quella fortuna era troppo allettante per lasciarsela scappare. Il piano era semplice e allo stesso tempo brutale: uccidere Arione, buttarlo in mare e spartirsi l'oro tra loro. Il delitto perfetto: senza testimoni e in mezzo al mare, chi avrebbe mai saputo cosa fosse successo se nessuno di loro avesse aperto bocca? I pesci, forse?

Per sua fortuna, Arione, che non era affatto uno stupido, colse per caso un bisbiglio tra il capitano e alcuni dei suoi uomini di fiducia, e capì all'istante di essere fottuto, anzi strafottuto, senza la minima possibilità di salvarsi.

Solo, in balia di una manciata di marinai senza scrupoli, in mezzo al Mediterraneo, senza zattera di salvataggio, senza cellulare, senza Starlink, senza pulsante GPS d'emergenza... niente!

Provò prima ad appellarsi ai sentimenti di quei figli di puttana: offrì loro tutto l'oro in cambio della vita, e niente. Al capitano e a suo fratello ricordò la loro amicizia che durava dalla gioventù, niente. A due giovani marinai di tredici o quattordici anni arrivò a dire, disperato e in lacrime: «Ragazzi, ma che cazzo state facendo? Io c'ero quando Eudossia, vostra madre, vi ha partoriti... Quelle belle collane di corallo che portate gliele regalai io a vostro padre quando siete nati! E ora volete uccidermi?»

Niente, non ci fu verso. I marinai, guidati da quel degenerato del capitano Laocoonte, erano decisi a derubarlo e ucciderlo perché non ci fossero testimoni. Del resto, a nessuno sfuggiva che derubarlo e lasciarlo in vita non fosse un'opzione praticabile, perché avrebbe significato la forca per tutti loro, dato che Arione, come sappiamo, era molto amico del re. Gli diedero quindi la scelta tra due modi di morire: o si suicidava lì, sul ponte della nave, e allora gli avrebbero garantito, o almeno così dicevano, una degna sepoltura a terra con un rituale che non offendesse gli dèi e salvasse la sua anima, oppure lo gettavano vivo in mare con la sua cetra e tutte le sue cose, condannando la sua anima alla dannazione. Perché, in quell'epoca lontana, l'anima di un cadavere che non riceveva un funerale degno e i sacramenti rituali finiva dritta all'inferno a marcire per l'eternità. Che bel menù di merda, eh?

«L'ultimo canto»: il concerto d'addio alla vita

Arione messo alle strette dai marinai ammutinati accanto ai sacchi d'oro sul ponte
I marinai corinzi, tentati dall'oro di Arione, sul ponte della nave.

Ed è qui che Arione, che oltre a cantare come un angelo era anche un uomo intelligente e colto, giocò la sua ultima carta con un'eleganza da far venire i brividi. Chiese un ultimo desiderio: che gli fosse permesso cantare un'ultima canzone d'addio, da lui appena composta, e di poterlo fare vestito con tutti i suoi abiti di scena sul ponte della nave, con l'equipaggio come ultimo pubblico. E diede la sua parola d'onore, giurando davanti a tutti gli dèi, che si sarebbe suicidato lui stesso appena finito.

Il capitano Laocoonte, forse per morbosa curiosità, forse per il gusto di poter vantare di aver visto esibirsi dal vivo e gratis il musicista più famoso del mondo, accettò. E tutti i marinai — compresi i due ragazzi e il cugino di primo grado del capitano, un tale Alexandros, la cui sorella era l'amante del re Periandro — lasciarono i loro posti e si radunarono al centro della nave, desiderosi di godersi il macabro ma affascinante spettacolo.

Arione allora indossò i suoi abiti di scena più spettacolari, carichi di pietre colorate, piume e glitter, si piazzò sul ponte con la sua fedele cetra in mano e, con una voce acuta e meravigliosa, cantò una canzone che aveva scritto proprio in quei giorni e che portava il titolo — che combinazione — «L'ultimo canto». Una melodia dolce, triste e malinconica, di una bellezza talmente immensa da commuovere fino alle lacrime persino quegli assassini senz'anima.

E quando pizzicò l'ultima corda del suo strumento, Arione approfittò di quel momento di generale commozione, si gettò rapidamente la cetra sulla schiena e si tuffò di colpo a capofitto in mare.

Il delfino (o la Musa Euterpe travestita)

Arione canta la sua ultima canzone vestito di gala davanti all'equipaggio
Arione esegue «L'ultimo canto» pochi istanti prima di gettarsi in mare.

Il peso della cetra e del voluminoso costume di scena inzuppato d'acqua trascinò Arione a fondo all'istante. I marinai, vedendolo sprofondare come un sasso, lo diedero immediatamente per morto e, senza preoccuparsi di verificarlo, proseguirono per la loro strada. «Qui non c'è più niente da vedere, ragazzi — deve aver detto il capitano Laocoonte —, dai, si va avanti.» E continuarono verso Corinto, padroni ormai di quella fortuna e, credevano loro, senza un solo testimone del delitto che potesse tradirli.

Ma sotto le acque scure del mar Ionio, come si chiama il Mediterraneo in quella zona, mentre Arione lottava disperatamente per slacciare la cintura che lo appesantiva senza riuscirci, sentì all'improvviso qualcosa di appuntito sfiorargli la parte bassa della schiena, come il muso di un cane che facesse pressione. Si girò... e vide che era un delfino. Un allegro delfino che, come se sapesse perfettamente che quell'uomo stava annegando, lo spingeva a tutta velocità verso la superficie, verso la luce, l'aria e la vita.

Una volta riemersi, il delfino caricò Arione sul dorso e lo condusse, sano e salvo, fino a terraferma: per la precisione lo sbarcò a Capo Tènaro, nella parte meridionale della regione greca della Laconia, la stessa di Sparta, a circa 255 chilometri da Corinto. Per gli antichi greci, questo fu un miracolo evidente, opera degli dèi: tutti credevano infatti che fosse stato lo stesso Poseidone, dio del mare, a inviare la Musa Euterpe (la musa della musica) travestita da delfino, attratta forse dalla bellezza soprannaturale del canto di Arione.

E qui permettetemi una piccola nota da uomo del ventunesimo secolo: sebbene per gli antichi questo fosse senza dubbio un prodigio divino, nella nostra epoca sono documentati casi reali di delfini che, in un modo o nell'altro, hanno salvato dall'annegamento naufraghi, subacquei e bagnanti. È scienza: i delfini sono mammiferi sociali, intelligenti, curiosi e giocosi, e si sentono irresistibilmente attratti dagli esseri umani. Quindi non escludo affatto che un delfino vero, attratto dalle note dolci e acute del canto di Arione, si sia avvicinato alla nave e, vedendolo cadere in mare, gli abbia salvato la pelle. La realtà, a volte, è meravigliosa quanto il mito.

La vendetta di Periandro: la trappola perfetta

Appena messo piede a terra, Arione sfruttò la sua fama internazionale e i suoi contatti per procurarsi cibo, aiuto e un cavallo veloce, e galoppò dritto verso Corinto, ancora vestito con lo stesso costume di scena con cui poche ore prima si era gettato in mare. E poiché un cavallo al galoppo corre molto più veloce di una nave a vela, arrivò in città diversi giorni prima dei suoi assassini.

Arione si presentò al suo amico, il re Periandro, e gli raccontò tutto l'accaduto. Ma Periandro, pressato per giunta da una delle sue amanti preferite (che per puro caso era la sorella di uno dei marinai), non riusciva a credere fino in fondo all'inverosimile storia del delfino. Così, astuto com'era, decise di tendere una trappola perfetta ai colpevoli: tenne Arione nascosto e protetto a palazzo, calcolò quando la nave sarebbe arrivata in porto, e mandò una guarnigione al molo per catturare l'equipaggio appena sbarcato, senza che nessuno potesse parlare con loro prima né avvisarli che la loro vittima era viva e vegeta.

Quando i marinai furono condotti davanti al re, questi, fingendo di non sapere nulla, chiese loro come se niente fosse: «Ciao ragazzi, com'è andata la tournée del mio amico Arione? E lui dov'è? Come mai non è tornato con voi? Dove l'avete lasciato?» E i marinai, che avevano già concordato la loro versione in anticipo e non avevano motivo di sospettare nulla (anche se essere condotti a palazzo appena sbarcati, scortati da una guarnigione militare, non era esattamente rassicurante), risposero che, per quanto ne sapevano loro, Arione stava benissimo, felice e circondato da belle ragazze italiane, che lo avevano lasciato a godersi il suo successo a Taranto e che sarebbe tornato a casa la primavera successiva, appena riaperta la navigazione (che di solito si interrompeva in autunno e nei mesi invernali per i grandi rischi del maltempo).

Errore fatale. Perché appena pronunciata quella bugia, Periandro batté le mani e, da dietro una tenda, uscì Arione, vivo e con gli stessi abiti di scena con cui era stato costretto a saltare in mare giorni prima. I marinai, fulminati dal terrore, si gettarono a terra implorando pietà. Ma ormai era tardi, non c'era più nulla da negare né clemenza da ottenere.

Giustizia poetica (e una strizzata d'occhio alla politica di oggi)

Arione, bagnato e vivo, si presenta al re Periandro nel suo palazzo di Corinto
Arione davanti a Periandro, ancora con l'abito con cui si gettò in mare.

Periandro, furioso, applicò loro una giustizia tanto brutale quanto ingegnosa. Proprio come avevano fatto loro con Arione, diede loro la scelta tra due opzioni, una peggiore dell'altra: o restituivano fino all'ultimo centesimo dell'oro rubato e morivano solo loro, di una morte rapida e misericordiosa; oppure si rifiutavano di restituirlo, nel qual caso sarebbero morti anche i loro figli, fratelli e genitori, e le loro mogli sarebbero state date in sposa con la forza ad altri uomini. Non serve dirvi cosa scelsero: restituirono il bottino per salvare le loro famiglie e, subito dopo, furono impiccati per il collo nella piazza centrale di Corinto.

E qui non posso resistere a un commento, perché lo stesso Erodoto e io ne parliamo ne «Il Libro della Musa Clio»: che meraviglia sarebbe poter applicare la stessa regola ai politici ladri e corrotti di oggi! Non dico di impiccarli, per carità, siamo persone civili e non vogliamo la morte di nessuno. Ma il patto potrebbe essere: «Se restituisci tutto il maltolto, roviniamo solo te; altrimenti, portiamo via tutti i beni anche a familiari e amici.» Vi garantisco che, in questo modo, sarebbero gli stessi familiari e amici a tenere d'occhio l'aspirante corrotto e a fermarlo sul nascere. Insomma, sogni, fantasie ed elucubrazioni di un povero scrittore italiano...

Si dice che ancora ai tempi di Erodoto si potesse vedere a Capo Tènaro una bella statua di bronzo che raffigurava Arione mentre suonava la cetra in groppa al delfino. Un monumento al salvataggio più improbabile e bello di tutta l'antichità. Oggi quella statua non c'è più, sostituita da un faro molto bello che si può ancora visitare.

Perché questa storia è ancora viva 2.600 anni dopo

La storia di Arione ha tutto: fama, oro, avidità, tradimento, un colpo di genio degno del miglior sceneggiatore, un salvataggio miracoloso e una vendetta dura ma giusta. È, in miniatura, un thriller completo. E dimostra che la natura umana non è cambiata di un millimetro in 26 secoli: l'invidia, l'avidità, la lealtà, l'astuzia e la giustizia sono esattamente le stesse di quando si trovavano sul ponte di quella nave corinzia.

Nel modernizzarla e raccontarvela con il mio stile particolare, non ho dovuto inventarmi nulla: Arione, la tournée di concerti, il complotto omicida, l'ultimo canto, il delfino, la trappola di Periandro e la punizione finale dei colpevoli... è tutto in Erodoto. Ciò che ho aggiunto è il ritmo, gli anacronismi, i paragoni con le rockstar di oggi e qualche parolaccia messa lì con affetto, perché la storia entri come deve entrare: da sola e con un sorriso.

Se vi è piaciuto il miracolo di Arione e del delfino, sappiate che nel mio libro «Il Libro della Musa Clio», primo volume della saga «Erodoto: Historias Reloaded 2.0», troverete questa storia per intero e moltissime altre, come per esempio: il re Creso e la sua favolosa ricchezza, la saggezza di Solone, lo sfigato Adrasto, gli oracoli truffaldini di Delfi, l'ascesa del grande re Ciro II di Persia e della regina Tomiri che alla fine lo decapitò. Storia antica raccontata come una serie Netflix e come non ve l'hanno mai raccontata a scuola.

Per Aspera, Ad Astra.

Ibiza, settembre 2026

Domande frequenti

Chi era Arione di Metimna?

Arione fu un poeta e musicista greco (citaredo) vissuto tra la fine del VII e il VI secolo a.C., nato nella città di Metimna, sull'isola di Lesbo, sebbene famoso soprattutto per la sua carriera artistica a Corinto, sotto la protezione del tiranno Periandro. Erodoto lo descrive come il miglior citaredo del suo tempo e inventore del ditirambo, una composizione corale in onore di Dioniso che con il tempo si sarebbe evoluta nella tragedia greca. Oltre al suo talento musicale, Arione accumulò una fortuna considerevole esibendosi nelle colonie greche del sud Italia e della Sicilia (la cosiddetta Magna Grecia), il che gli valse una fama paragonabile, con le dovute proporzioni, a quella di una moderna rockstar. È proprio quel viaggio di ritorno a Corinto, carico d'oro, a portarlo sull'orlo della morte e a dare origine all'episodio del delfino per cui viene ricordato ancora oggi.

La storia di Arione e del delfino è reale, o è solo una leggenda?

È un caso a metà tra le due cose. Erodoto non la presenta come un fatto da lui stesso verificato, ma come una tradizione raccontatagli dai corinzi e, indipendentemente, dagli abitanti di Lesbo, patria di Arione: due fonti distinte che concordavano sull'essenziale. Come prova, Erodoto aggiunge un dato concreto e verificabile alla sua epoca: l'esistenza, a Capo Tènaro, di una statua di bronzo che raffigurava un uomo che suonava una cetra in groppa a un delfino. Statua attribuita allo stesso Arione in segno di gratitudine per il suo salvataggio. L'elemento soprannaturale — che fosse proprio un delfino, e non altro, a salvarlo — non è dimostrabile con gli strumenti della storia. Ciò che è fuori discussione è che l'episodio circolava già come racconto corale e pubblicamente verificabile nel V secolo a.C., quando Erodoto scrive, appena un secolo e mezzo dopo i fatti, e non come un'invenzione tarda priva di qualsiasi radice.

Perché i marinai della nave volevano uccidere Arione?

Il motivo fu l'avidità, senza altri misteri. Arione tornava a Corinto dopo una tournée musicale di grande successo nel sud Italia e portava con sé una fortuna in oro guadagnata esibendosi città dopo città. Commise l'errore, racconta Erodoto, di affidare il viaggio a un equipaggio di marinai corinzi — suoi stessi connazionali — invece di assoldare una scorta armata o una nave fenicia dalla fama peggiore ma anche, paradossalmente, con meno motivi per tradirlo. In alto mare, lontano da ogni testimone, la tentazione di quel bottino si rivelò troppo forte: i marinai decisero di gettarlo in mare e impadronirsi dell'oro, dando per scontato che, senza cadavere né testimoni, nessuno avrebbe mai potuto provare l'accaduto. L'errore di calcolo dei marinai non fu il delitto in sé, ma il sottovalutare sia l'ingegno di Arione sia il provvidenziale arrivo del delfino.

Come riuscì Arione a sfuggire alla morte a bordo della nave?

Vedendosi senza via d'uscita, Arione non tentò di lottare né continuò a supplicare: negoziò invece il modo della propria morte. Chiese ai suoi rapitori un ultimo favore prima di morire — cantare una canzone finale vestito con i suoi migliori abiti di scena sul ponte della nave — e giurò che poi si sarebbe tolto la vita da solo. I marinai, curiosi di ascoltare dal vivo il citaredo più celebre del loro tempo, acconsentirono. Arione indossò il costume di scena, prese la cetra e cantò quella che la tradizione ricorda come una composizione d'addio; non appena finì, si gettò in mare insieme al suo strumento e al costume, prima che qualcuno potesse fermarlo o cambiare idea. Fu, in pratica, un suicidio simulato, pensato per guadagnare tempo e controllare le circostanze esatte della propria caduta in acqua, il momento in cui — secondo la tradizione riportata da Erodoto — arrivò un delfino a salvarlo.

Cosa accadde davvero ai marinai e al capitano dopo l'inganno smascherato davanti al re Periandro?

Qui conviene separare ciò che è documentato da ciò che è ricostruito. Erodoto racconta che, arrivati a Corinto, i marinai mentirono a Periandro, assicurando di aver lasciato Arione sano e salvo a Taranto; quando Arione stesso comparve davanti a loro, vivo e con gli stessi vestiti con cui si era gettato in mare, i marinai «non poterono più negare ciò che veniva loro dimostrato». Ed è qui, letteralmente, che termina il racconto di Erodoto: non dice quale punizione ricevettero, anche se chiunque conosca un po' di storia antica sa che i sovrani dell'epoca non erano teneri con chi mentiva o ingannava un re. L'ultimatum di Periandro — restituire l'oro o pagare con la vita dell'intera famiglia — e l'esecuzione finale nella piazza pubblica raccontati in questo articolo sono una ricostruzione plausibile dell'autore, coerente con la crudeltà calcolatrice che molte altre fonti attribuiscono a Periandro stesso, ma non un fatto tramandato letteralmente dalla fonte antica.

Cos'è un ditirambo, e perché si dice che Arione lo abbia inventato?

Il ditirambo era un tipo di inno corale, cantato e danzato, dedicato al dio Dioniso, dio del vino, dell'estasi, del sesso e della festa. Erodoto attribuisce ad Arione il merito di essere stato il primo, «per quanto ne sappiamo», a comporre un ditirambo, a dargli quel nome e a insegnarlo a un coro a Corinto, trasformandolo così in un genere musicale riconoscibile e trasmissibile invece che in un'improvvisazione occasionale. L'importanza di questo dato va ben oltre l'aneddoto del delfino: buona parte degli storici della letteratura considera il ditirambo corinzio di Arione uno degli antecedenti diretti della tragedia greca classica, che un secolo dopo autori come Eschilo, Sofocle ed Euripide avrebbero perfezionato. In altre parole, senza saperlo, quel musicista che stava per morire gettato in mare dai suoi stessi connazionali potrebbe anche aver piantato, senza volerlo, uno dei semi del teatro occidentale così come lo intendiamo oggi.

Esistono casi reali di delfini che hanno salvato persone, come nella leggenda di Arione?

Sì, e sono ben documentati ai giorni nostri. I delfini sono mammiferi marini estremamente sociali, intelligenti e curiosi, con una nota tendenza a interagire in modo amichevole con gli esseri umani in acqua. Esistono numerose testimonianze contemporanee, raccolte da guardacoste, biologi marini e bagnanti, di delfini che hanno spinto verso la superficie o verso la riva nuotatori in difficoltà, e persino casi di delfini che si sono frapposti tra bagnanti e squali, formando una barriera protettiva intorno a loro. Questo non dimostra, ovviamente, che l'episodio specifico di Arione sia avvenuto esattamente come lo racconta la tradizione greca, ma spiega bene perché una storia con un elemento apparentemente così fantastico abbia potuto risultare credibile allora e continui a sembrare plausibile oggi: non si tratta di pura fantasia priva di qualsiasi fondamento reale, ma di un comportamento animale genuino, a cui gli antichi greci attribuirono semplicemente un significato religioso e divino.

Fonti e riferimenti

In questo articolo NON c'è finzione

Il nucleo del racconto — Arione, la sua fama, la tournée, l'ammutinamento dei marinai corinzi, l'ultimo canto, il salvataggio da parte di un delfino e la trappola di Periandro che smascherò i colpevoli — è documentato da Erodoto nel Libro I delle sue Storie (I, 23-24). Il racconto di Erodoto termina nel momento in cui i marinai vengono scoperti nella loro menzogna davanti a Periandro: non narra quale punizione ricevettero in seguito. L'ultimatum di Periandro — restituire l'oro o pagare con la vita dell'intera famiglia — e l'esecuzione finale nella piazza pubblica sono una ricostruzione letteraria dell'autore, coerente con la crudeltà calcolatrice che altre fonti attribuiscono a Periandro, ma non un fatto tramandato dalla fonte antica. I nomi di alcuni personaggi secondari della nave corinzia — i marinai Laocoonte e Alexandros, ed Eudossia, madre di due dei giovani membri dell'equipaggio — così come i dialoghi tra virgolette, sono fittizi e provengono dalla ricostruzione letteraria dell'autore pubblicata ne «Il Libro della Musa Clio». La nota sui casi reali di delfini che salvano esseri umani oggi è un fatto contemporaneo verificabile. I paragoni con le rockstar moderne sono voce letteraria personale.

✠ Lettura consigliata ✠

Il Libro della Musa Clio (H1)

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David S. Matrecano
✠ David S. Matrecano ✠
Ibiza, marzo 2026

Scrittore italiano che vive a Ibiza. Autore delle saghe Le Otto Crociate, Erodoto · Storie Reloaded e Roma Stupor Mundi.

DM
Per Aspera, Ad Astra.
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