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Le Crociate

Saladino: un nemico così nobile che persino i crociati lo ammiravano

Il sultano che riconquistò Gerusalemme e risparmiò la vita a molti dei suoi nemici (tranne a un bastardo che si chiamava Rinaldo di Châtillon). Lo stesso uomo che si guadagnò un posto d'onore persino nelle leggende dei suoi avversari cristiani: le Crociate, XII secolo.

16 giu 2026 · 11 min
Saladino, sultano ayyubide, a cavallo davanti alle mura di Gerusalemme al tramonto, con la Cupola della Roccia sullo sfondo

In un'epoca di fanatismo religioso, crudeltà e massacri perpetrati da entrambe le parti, cristiani e musulmani, sorse una figura immensa che lasciò sbalorditi amici e nemici allo stesso modo: il Sultano Salah al-Din, più noto in Europa come Saladino. Il grande sultano che unificò (per un breve periodo) il mondo musulmano e riconquistò Gerusalemme, strappandola con la forza dalle mani cristiane. Eppure quell'uomo «dall'altra parte», per così dire (intendo la parte nemica, non la fazione gay), passò alla storia, persino nella memoria europea, come un modello di cavalleria, generosità e onore. Tanto grande fu il suo prestigio che gli stessi cristiani medievali, suoi nemici mortali, lo trasformarono in leggenda e lo ammirarono. Seguitemi, cari amici, alla scoperta dell'avversario più nobile e temuto di tutta la storia delle Crociate.

L'ascesa al potere di un curdo brillante

Saladino —il cui nome completo, per gli amici, era Salah al-Din Yusuf ibn Ayyub— nacque verso il 1137 a Tikrit, nell'attuale Iraq, ed era di origine curda. Conviene sottolinearlo, perché questo dettaglio è delizioso: l'eroe che il mondo arabo avrebbe trasformato in simbolo eterno della propria causa non era arabo. Era un curdo, uno straniero e un forestiero, un uomo senza sangue reale, che non discendeva direttamente dal profeta Maometto (come affermavano allora, e ancora affermano oggi, metà dei re e dei governanti arabi), né aveva alcun diritto dinastico per comandare su chicchessia. Tutto ciò che arrivò a essere se lo guadagnò con le proprie mani.

E altroché se se lo guadagnò. Servì prima altri signori, musulmani come lui, salì all'ombra di suo zio Shirkuh, e quando la fortuna lo depositò quasi per caso al potere in Egitto, fece ciò che fanno sempre gli uomini davvero pericolosi: tenerselo e non restituirlo. Lì fondò la propria dinastia, gli ayyubidi, e dal paese del Nilo intraprese un'impresa che, a chiunque altro —conoscendo le feroci divisioni e gli odi ancestrali che da sempre dividono sciiti e sunniti e tutto il mondo arabo in generale— sarebbe sembrata una follia: unificare il mondo musulmano sotto un'unica bandiera, la sua.

Perché questo è il dettaglio che film e libri molto spesso dimenticano, cari amici. L'islam del Vicino Oriente non era in quel XII secolo un blocco unico, monolitico e temibile, bensì un mosaico di piccoli regni rivali che si odiavano fra loro con un entusiasmo degno della migliore causa, e che da decenni erano troppo occupati a pugnalarsi alle spalle a vicenda per preoccuparsi più di tanto di quei crociati cristiani franchi installati in Terra Santa fin dal 15 luglio 1099. Saladino, con la pazienza e la meticolosità di un orologiaio, e una miscela calcolata di guerra e diplomazia, cucì quel grande mosaico in un unico immenso arazzo che comprendeva i paesi e le regioni che oggi conosciamo come Egitto, Siria, Libano, Israele, Giordania, Palestina e gran parte della Mesopotamia, la regione dove egli stesso era nato. E quando finalmente ebbe un solo potente esercito sotto un'unica mano, la sua, guardò verso Gerusalemme. I crociati, che per ottantotto anni avevano prosperato proprio grazie a quella disunione fra i mori, stavano per scoprire cosa significasse avere di fronte, per la prima volta, un nemico forte, unito e determinato.

I Corni di Hattin: la trappola perfetta

I crociati, assetati e accerchiati presso i Corni di Hattin, difendono la Vera Croce dalla cavalleria di Saladino (luglio 1187)
I crociati, assetati e accerchiati presso i Corni di Hattin, difendono la Vera Croce dalla cavalleria di Saladino (luglio 1187)

L'occasione, o come si suol dire, il Casus Belli, gliela servirono gli stessi cristiani su un vassoio d'argento, a causa delle malvagie azioni di un signore crociato di nome Rinaldo di Châtillon, (ricordatevi bene questo nome, perché quel nobile, francese, era il figlio di puttana più malvagio e traditore dell'epoca); un autentico demonio che da anni, dalla sua base nel castello di Kerak in Giordania, attaccava e saccheggiava impunemente, con violenza brutale, le carovane di mercanti e pellegrini musulmani. E tutto questo lo faceva mentre era in vigore una tregua ufficiale fra i regni cristiani e musulmani. Aveva persino avuto l'ardire di lanciare una flotta nel Mar Rosso per minacciare le città sante arabe della Mecca e di Medina. Era, diciamolo apertamente e senza giri di parole, un tipo avido senza un briciolo d'onore, assai incline a cercarsi la rovina, sua e degli altri, con le proprie mani.

Di fatto, così si racconta, Saladino —dopo che Rinaldo ebbe rapito e ucciso sua sorella in uno di quegli attacchi traditori— aveva giurato sulla barba del «Bruffeta» e su Allah di decapitarlo con le proprie mani. E Saladino non era uomo da giurare invano su quelle due divinità.

Nel luglio del 1187 radunò un esercito imponente e manovrò per imporre la battaglia sul terreno scelto da lui, non dal nemico. Il re di Gerusalemme in quel momento, Guido (Guy) di Lusignano, una marionetta d'uomo la cui principale qualifica per salire su quel trono era stata quella di sposarsi bene con la sorella del defunto re lebbroso Baldovino IV, commise allora un gravissimo errore strategico che gli storici dibattono ancora se fu frutto della sua totale incompetenza militare o di pura sfortuna, (spoiler: la prima). Accadde che quell'imbecille di Guido tirò fuori tutto l'esercito cristiano dalle sue solide posizioni di Saffuriya —dove avevano acqua in abbondanza— e lo lanciò a marciare attraverso un altopiano arido e arso dal sole, immaginatevi che caldo bestiale dovesse fare in pieno luglio laggiù in Palestina, per soccorrere l'assediata città di Tiberiade. Non era una marcia lunga —appena una giornata, una venticinquina di chilometri—, ma ognuno di quei chilometri era pura terra riarsa senza una sola sorgente d'acqua; e così cadde in pieno nell'errore mortale che Saladino voleva.

Ciò che seguì fu un capolavoro di crudeltà strategica. Sotto l'implacabile sole di luglio, senza una sola sorgente d'acqua lungo il cammino, i cavalieri cristiani avanzarono avvolti nelle loro pesanti armature argentate trasformate in forni Bosch a convezione, verso una sete che divenne tortura. I cavalieri di Saladino, freschi e idratati, li tormentarono senza tregua, tagliarono loro ogni ritirata alle spalle e, come se sete e stanchezza fossero poca cosa, diedero anche fuoco alla sterpaglia secca affinché il fumo li soffocasse e accecasse. All'alba del 4 luglio, sfiniti, disidratati e mezzi asfissiati, i crociati scorsero in lontananza le fresche acque del lago di Tiberiade —ma non poterono raggiungerle. Accanto a due colline chiamate i Corni di Hattin, l'esercito del Regno di Gerusalemme, attaccato con violenza dagli arcieri a cavallo e dalla fanteria musulmana, si sfaldò come una zolletta di zucchero gettata nell'acqua bollente.

Fu una catastrofe totale e senza attenuanti. L'intero esercito venne annientato. La Vera Croce, ossia la croce di legno su cui (presumibilmente) era stato crocifisso Cristo 1187 anni prima, la reliquia più sacra di tutta la cristianità, che i cavalieri di Gerusalemme portavano in battaglia come talismano di protezione divina, cadde quel giorno in mani musulmane e si perse per sempre, finendo probabilmente in qualche braciere dell'accampamento militare arabo a preparare il cuscus con l'agnello per cena.

Il re Guido e suo fratello Amalrico, Rinaldo di Châtillon, il gran maestro dell'Ordine Templare, Gerardo di Ridefort, il marchese italiano Guglielmo V del Monferrato e il fior fiore della nobiltà crociata europea furono fatti prigionieri. In un solo giorno rovente, tutto ciò che ottantotto anni di crociata avevano costruito in quelle terre rimase alla mercé di un solo uomo. La Terra Santa era, d'un tratto, praticamente indifesa.

La coppa d'acqua ghiacciata profumata all'essenza di rose

Saladino osserva re Guido di Lusignano porgere a Rinaldo di Châtillon la coppa d'acqua ghiacciata che ne deciderà la sorte
Saladino osserva re Guido di Lusignano porgere a Rinaldo di Châtillon la coppa d'acqua ghiacciata che ne deciderà la sorte

E qui, cari lettori, conviene fermarsi, perché ciò che accadde dopo nella tenda di Saladino, a battaglia conclusa, è una di quelle scene che paiono scritte da uno sceneggiatore di cinema o da un romanziere, (vi parla uno di loro, quindi so di cosa parlo), e che, tuttavia, le cronache musulmane e cristiane confermano.

Portarono davanti al sultano i due prigionieri principali: lo sciocchino del re Guido di Lusignano e il malvagio Rinaldo di Châtillon, il saccheggiatore di carovane, l'uomo che Saladino aveva giurato di uccidere. Il re Guido, smunto dalla sete, fu ricevuto con grande cortesia; anzi, Saladino gli porse una coppa di acqua ghiacciata profumata all'acqua di rose —il gesto sacro dell'ospitalità, che fra i popoli del deserto equivale a una garanzia di vita. Guido bevve e, riconoscente, passò la coppa a Rinaldo.

Saladino osservò la scena e disse, con la calma di chi ha già pensato a tutto, che lui non aveva offerto da bere a Rinaldo. Una frase in apparenza da poco, eppure letale: perché se il bicchiere d'acqua non usciva dalla sua mano, il sacro dovere dell'ospitalità non si applicava né proteggeva quel sudicio saccheggiatore di Rinaldo. Subito dopo gli ricordò, una per una, le sue tradimenti e malefatte: le carovane assaltate in tempo di pace, le tregue infrante, la spedizione contro le città sante. Gli offrì, secondo alcune cronache a cui personalmente non do molto credito, la conversione all'Islam e con essa la vita. Ma Rinaldo, a cui si può rimproverare tutto tranne la viltà, gli rispose con sprezzante alterigia. Saladino allora si alzò, ordinò alle guardie di metterlo in ginocchio e lo uccise lì sul posto con un unico fendente della sua scimitarra, adempiendo così al suo giuramento. Guido, invece, lo risparmiò, e pronunciò la celebre frase che riassume tutta la sua grandezza: un re non uccide un altro re. Rinaldo aveva ricevuto la morte per essere un macellaio spietato; Guido conservò la vita perché monarca. Persino nell'esecuzione di un nemico, Saladino lasciò traccia di un codice morale.

La riconquista islamica di Gerusalemme (senza massacro)

Dopo Hattin, le città cristiane della regione caddero una dopo l'altra come tessere del domino, e nell'ottobre del 1187 arrivò il premio supremo: Gerusalemme. Quasi novant'anni dopo che i crociati l'avevano presa il 15 luglio 1099 —con quella spaventosa carneficina in cui, secondo i cronisti, il sangue scorreva per le strade fino alle caviglie—, la Città Santa tornava in mani musulmane. Tutti, da entrambe le parti, si aspettavano una tremenda vendetta. La legge di guerra dell'epoca l'avrebbe permessa, e la memoria del grande massacro di musulmani del 1099 quasi la esigeva… Ma non ci fu. Ed è lì, in quel «non voglio che scorra altro sangue di civili innocenti», che si misura la statura morale dell'uomo Saladino.

Anzi, l'ultimo difensore cristiano della città, Baliano di Ibelin, avvertì Saladino che, se non fosse stato offerto loro un trattamento dignitoso e la possibilità di allontanarsi incolumi verso il mare, i crociati avrebbero distrutto tutti i luoghi santi dell'islam che ci sono a Gerusalemme e avrebbero ucciso tutti i propri prigionieri arabi prima di cadere. Saladino, che avrebbe potuto rispondere con un assalto a ferro e fuoco, preferì negoziare. Concordò una resa e un riscatto moderato per ogni abitante, e poi —questo è ciò che lasciò attonita l'Europa cristiana— fu flessibile con chi non poteva pagare. Liberò numerosi poveri senza far pagare loro nulla; si racconta che lui e suo fratello al-Adil pagarono di tasca propria il riscatto di centinaia di prigionieri perché potessero andarsene liberi. Permise ai cristiani di lasciare la città con i loro beni, garantì poi ai pellegrini l'accesso ai luoghi sacri, e non versò il sangue che tanto facilmente avrebbe potuto versare. Il conquistatore si comportò meglio di coloro che un secolo prima avevano pregato sopra i cadaveri. L'ironia non sfuggì a nessuno allora, e non dovrebbe sfuggire a noi adesso.

La sfida con il celebre Riccardo Cuor di Leone, il re inglese protagonista della leggenda di Robin Hood

La caduta di Gerusalemme scosse l'Europa come un terremoto e scatenò la Terza Crociata, che portò in Oriente i monarchi più potenti del continente. Fra loro, il più celebre di tutti: Riccardo Cuor di Leone, re d'Inghilterra, guerriero formidabile e, va detto, vicino di casa piuttosto scomodo. E così si produsse uno dei duelli più leggendari della storia: Saladino contro Riccardo, il cavaliere dell'islam contro il leone d'Occidente.

Si affrontarono sul campo con durezza tremenda —che nessuno si illuda: quella era una guerra, non un torneo di buone maniere— e tuttavia, fra i due nemici nacque un rispetto reciproco passato alla leggenda. Le cronache riportano aneddoti che, veri o abbelliti, dicono molto della fama che entrambi si costruirono. Che quando il cavallo di Riccardo cadde in combattimento, Saladino gli inviò in dono due splendide cavalcature, perché non gli pareva dignitoso che un re combattesse a piedi. Che quando Riccardo si ammalò di febbri, il sultano gli mandò frutta fresca e neve dalle montagne per rinfrescarlo, e persino il proprio medico personale. Ci furono trattative, proposte di matrimonio fra le loro famiglie per sigillare la pace, messaggi cortesi scambiati fra un assalto e l'altro. Due uomini che si sarebbero uccisi senza battere ciglio sul campo e che, fuori da esso, si trattavano con una cavalleria che affascinò —e sconcertò— l'Europa medievale.

Alla fine, nessuno dei due riuscì a sconfiggere del tutto l'altro, e nel 1192 firmarono una tregua sensata: i cristiani conservavano una striscia di costa, Gerusalemme restava in mani musulmane, e si garantiva l'accesso dei pellegrini, rigorosamente disarmati, alla Città Santa. Riccardo se ne andò senza aver recuperato Gerusalemme; Saladino se la tenne, ma esausto. Una pace da scacchisti che hanno capito, nello stesso istante, che nessuno darà all'altro lo scacco matto.

La leggenda del nemico nobile

Saladino morì a Damasco nel 1193, pochi mesi dopo quella tregua. E qui arriva l'ultimo dettaglio, quello che corona la leggenda: si racconta che lasciò a malapena denaro sufficiente a pagare il proprio funerale, perché lo aveva distribuito quasi tutto in elemosine, doni e riscatti. L'uomo che era stato padrone di Egitto, Siria e Gerusalemme —uno dei più potenti della terra— morì praticamente povero. C'è chi accumula imperi; lui accumulò gesti.

Ma la cosa davvero sorprendente non è come morì, bensì come lo ricordò il suo nemico. Invece di demonizzarlo, come ci si aspetterebbe dall'avversario mortale della cristianità, l'Europa medievale fece esattamente il contrario: lo trasformò in modello di virtù cavalleresca. Comparve in poemi e leggende, gli si inventarono antenati cristiani e persino una discendenza cavalleresca immaginaria, e Dante, nientemeno, lo collocò nella sua Divina Commedia non fra i dannati, ma nel Limbo, in onorevole compagnia dei grandi spiriti virtuosi dell'Antichità. Secoli dopo, Walter Scott ne avrebbe fatto il protagonista ammirato de Il talismano, e Lessing lo avrebbe trasformato in simbolo della tolleranza in Nathan il saggio. Pochi nemici nella storia sono stati tanto amati da coloro che avevano sconfitto.

E questa, cari lettori, è la lezione che Saladino ci lascia, preziosa e rara come poche: che persino in mezzo all'odio religioso e alla guerra più crudele, la nobiltà, la generosità e l'onore possono brillare; e che il rispetto vero non si conquista con la propaganda, ma con i fatti. Un nemico che si fece amare persino dai suoi nemici. Non è poca cosa. Non è poca cosa per niente.

Se da sempre vi affascina il mondo delle Crociate d'Oriente, con le sue grandi figure cristiane e musulmane, lo troverete per intero nella mia saga de le Otto Crociate. La Grande Storia dell'Occidente raccontata come non ve l'avevano mai raccontata.

Per Aspera, Ad Astra.

Ibiza, 16 giugno 2026

Domande frequenti

Chi fu Saladino?

Un sultano curdo (1137–1193), fondatore della dinastia ayyubide, che unificò il mondo musulmano partendo dall'Egitto e riconquistò Gerusalemme nel 1187.

Perché è considerato un nemico nobile?

Per aver preso Gerusalemme senza massacri, per la generosità verso i prigionieri poveri e per il rispetto reciproco con Riccardo Cuor di Leone.

Cosa successe nella battaglia di Hattin?

Nel luglio 1187 intrappolò l'esercito crociato in una marcia senz'acqua e lo annientò; cadde persino la Vera Croce.

Perché giustiziò Rinaldo di Châtillon ma risparmiò re Guido?

Rinaldo aveva infranto le tregue e saccheggiato carovane; Guido lo risparmiò con la celebre frase «un re non uccide un altro re».

Saladino compare nella Divina Commedia?

Sì: Dante lo colloca nel Limbo, tra gli spiriti virtuosi, non tra i dannati.

✠ Lettura consigliata ✠

Il Sangue di Gerusalemme · Vol. 2

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✠ David S. Matrecano
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LA VERITÀ DIETRO LA STORIA

Cari lettori: tutto quello che avete appena letto è rigorosamente vero e verificabile nelle sue fonti storiche originali. I personaggi che avete conosciuto qui oggi furono reali tanto quanto voi stessi: esistettero, combatterono, amarono e a volte morirono esattamente come ve li ho descritti — ed è tutto documentato in fonti che qualunque curioso può consultare (le trovate qui sotto se vi va). L'unica cosa diversa è il mio modo romanzato di raccontarvelo: ho rivestito i fatti reali di tensione, avventura, umorismo e passione per rendervelo più piacevole, più divertente e molto meno noioso. Perché la Storia, quella che va sempre con la S maiuscola, non è mai stata noiosa… è solo che ce l'hanno raccontata male fin da quando eravamo piccoli. Se vi è piaciuto, mettetemi un piccolo «mi piace» e un commento nella casella qui sotto; e se NON vi è piaciuto, potete anche lasciarmi un «non mi piace» spiegandomi il motivo. Sono qui per migliorare, e tutte le critiche sono benvenute.

✠ David S. Matrecano
📚 Per i curiosi: fonti storiche specifiche
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